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Intelligenza artificiale, tra progresso ed etica: dai primi esperimenti all’applicazione odierna

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Alcune riflessioni sull’intelligenza artificiale, l’impatto sulla vita di oggi ed i possibili risvolti su quella di domani. Le origini, i primi esperimenti, le smart machines, dispositivi dotati di intelligenza propria che rappresentano, oltre il futuro, anche il presente in cui viviamo.

Non è sicuramente il più semplice degli argomenti; il tema dell’intelligenza artificiale presenta non pochi tasti dolenti e diverse correnti di pensiero. Forse anche per questo abbiamo pensato che potesse essere interessante affrontare l’argomento, ripercorrendo i passaggi più importanti dello sviluppo dell’intelligenza artificiale dal secolo scorso ad oggi e riflettendo su come, e quanto, ci ha cambiato (e cambierà) la vita.

Cosa significa

L’intelligenza artificiale, identificata anche con l’acronimo di IA, è una disciplina che studia come realizzare macchine capaci di risolvere i problemi in completa autonomia, senza ausilio da parte dell’uomo. L’IA è diventata progressivamente parte integrante delle nostre vite e, soprattutto negli ultimi anni, i continui passi avanti in questo campo hanno fatto sì che la sua applicazione spazi dall’ambito civile a quello industriale.

Nonostante il suo sviluppo ed il tangibile miglioramento delle nostre vite anche grazie al suo utilizzo nell’IoT (Internet of Things), sono molti i dibattiti sul tema, anche sul piano etico. Vediamo insieme di capirne l’origine.

Nascita dell’intelligenza artificiale: primi esperimenti 

Sono gli anni ‘50 e ci troviamo a Dartmouth, negli USA: la crème de la crème del mondo scientifico, proveniente da dipartimenti come Matematica, Robotica e Cibernetica delle principali università è riunita in un convegno incentrato sulla possibilità di simulare attraverso l’uso delle macchine il comportamento umano.

In quell’occasione, John McCarthy introdusse per la prima volta il termine “intelligenza artificiale“, ancora oggi utilizzato. Poco dopo, Marvin Minsky, il famoso matematico che divenne successivamente cofondatore dell’ Artificial Intelligence Laboratory presso il MIT, ne diede questa definizione: “l’intelligenza artificiale è la disciplina scientifica che consente la progettazione di macchine in grado di risolvere problemi che richiederebbero altrimenti il ragionamento umano”.

Sempre in quegli anni, studi importanti sull’IA furono condotti dall’inglese Alan Turing (forse avrete visto il film “The Imitation Game”), che cercò di definire non tanto il concetto di macchina intelligente, ma le caratteristiche che doveva avere una macchina per essere considerata tale. Secondo la sua teoria, un computer poteva essere definito intelligente se il suo comportamento veniva giudicato umano dall’uomo. Per dimostrare la sua teoria, Turing ideò un test (il “Test di Turing” appunto), che metteva a confronto 3 soggetti (2 persone ed una macchina). Posti ciascuno in una stanza diversa, uno dei due uomini rivolgeva attraverso una telescrivente la stessa domanda agli altri due soggetti. Lo scopo era riuscire a capire chi fra i due fosse l’uomo e chi la macchina dalle risposte ricevute.

Ben presto, però, il Test di Turing divenne, “superato”; l’informatica si stava sviluppando tanto rapidamente che furono create macchine che sembravano intelligenti: computer in grado di ingannare un essere umano in una conversazione grazie a degli stratagemmi.

I primi risultati

Un esempio per tutti è ELIZA, la “psicoanalista digitale”: un software programmato per rielaborare, riformulandole, le domande che le venivano rivolte. Se, agli inizi, le risposte di ELIZA risultarono straordinarie e suscitarono un certo scalpore (siamo nel 1965) perché creavano l’illusione di parlare con una vera psicologa, si osservò che, dopo le prime risposte, il dialogo con ELIZA perdeva di logica e continuità.

Erano in arrivo momenti difficili per l’IA: vicoli ciechi nella ricerca, continue smentite di diverse teorie ed altrettanti fallimenti sul lato pratico.Nonostante ciò, l’entusiasmo e la voglia di superare quei limiti che sembravano invalicabili, forse perché troppo avveniristici, fecero in modo che proprio in quel periodo furono gettate le basi di ciò che conosciamo oggi.

I dieci anni tra il 1970 ed il 1980 rappresentano per l’IA un “ibrido”, tra una fase di stagnazione in alcuni campi e progresso in altri: se, da una parte, la ricerca nella traduzione da una lingua all’altra non portava a nessun risultato e subì una battuta d’arresto, dall’altra lo studio e l’implementazione di nuovi programmi rivoluzionarono il settore dell’intelligenza artificiale.

Nascono i primi sistemi esperti, con una base di conoscenza per prendere decisioni, viene sviluppato il linguaggio Prolog e convalidato lo studio sulle reti neurali artificiali, teoria inizialmente screditata e poi ripresa, basata su un gruppo di informazioni interconnesse da neuroni artificiali, che usiamo oggi (con logiche molto più avanzate) in applicazioni come email, filtri spam e riconoscimento vocale.

Negli anni ‘90, l’utilizzo e lo studio dell’intelligenza artificiale si spostò verso altri settori, come il gioco e la dimostrazione dei teoremi matematici. Nel 1997 Deep Blue, un computer IBM progettato per giocare a scacchi, vinse la sua prima partita contro il campione del mondo Jerry Kasparov. Senza trucco e senza inganno? Non proprio, dato che la macchina veniva riconfigurata fra una partita e l’altra per memorizzare le mosse e rispondere a quelle del giocatore.

Gli anni 2000 e la corsa all’IA fino ad oggi

Con l’avvento del nuovo millennio, lo sviluppo dell’IA subisce una febbrile impennata: le maggiori multinazionali produttrici di elettronica a largo consumo ed anche molte case automobilistiche iniziano ad investire nell’intelligenza artificiale. Il cane robot Aibo, Asimo e la donna automa Actdroid sono soltanto alcune delle “creature” più famose di questa rivoluzione, che oggi potremmo addirittura considerare “superate”: non per sminuire la tecnologia utilizzata, ma oggi il concetto di intelligenza artificiale nell’immaginario collettivo è molto cambiato.

Se fino ad una manciata di anni fa il termine intelligenza artificiale evocava il ricordo di personaggi di film come Terminator o Io, Robot, oggi siamo letteralmente circondati da tecnologie che si basano su di essa e le usiamo nel nostro quotidiano, a volte senza nemmeno rendercene conto.

La nostra giornata con l’IA

Basti pensare agli assistenti virtuali, come Siri o Google Now, che ci danno supporto in molte attività di una “giornata tipo”.

Alla nostra smart car chiediamo di trovare il percorso più veloce, ma anche di comunicare con i nostri contatti attraverso i comandi vocali.

Nel traffico cittadino la nostra sicurezza alla guida può contare su dispositivi che permettono alle auto di reagire in situazioni di pericolo.

Rientriamo nella nostra smart house, popolata di oggetti interconnessi che ci iper-semplificano la vita: smart tv, stereo, forno che dialogano tra di loro.Alla nostra assistente virtuale chiediamo di farci ascoltare una playlist, poi scegliamo il film per la serata.

In fondo, Netflix e Spotify, per citare due tra i canali più popolari, sono sistemi che suggeriscono scelte in base a quanto hanno memorizzato dalle nostre scelte precedenti: imparano a conoscere le nostre preferenze.

Ma allora il problema dov’è? Perché l’intelligenza artificiale suscita anche preoccupazione?

IA debole e IA forte

L’intelligenza artificiale si basa sull’affermazione che le macchine seguono logiche simili a quelle umane. Da questo presupposto si ricavano due distinti approcci:

  • la macchina pensa e agisce come un essere umano, seguendone gli stessi schemi mentali (su questa teoria si basa il test di Turing). In questo caso si parla di IA debole: la macchina imita l’uomo.
  • la macchina può agire e pensare in maniera indipendente in base a principi di razionalità, senza seguire la logica umana, ma una propria Si parla, in questo caso, di IA forte: la macchina ha una propria intelligenza, pari o superiore a quella umana.

Ad oggi, le tecnologie in nostro possesso appartengono alla categoria dell’IA debole, ma secondo alcuni entro 50 anni l’uomo sarà in grado di realizzare macchine con IA forte.

Un grande senso di turbamento nasce proprio da questa ipotesi e da un possibile scenario futuro in cui le macchine ed i software, oltre e a sopperire alle mancanze dell’uomo, potrebbero addirittura, in alcuni casi, sostituirlo oppure “impartirgli degli ordini”. Ci sono, però, altri aspetti legati all’applicazione dell’intelligenza artificiale: la tracciabilità del ragionamento effettuato dalla macchina, il trattamento dei dati personali, la privacy e la questione etica.

Rispetto a quest’ultima, viene spontaneo affermare che si tratta di un tema delicato già per l’uomo, figuriamoci per i robot. Saper distinguere il bene dal male, ciò che è giusto o sbagliato, saper prendere decisioni in momenti critici facendo i conti con quel fattore emozionale che è l’elemento che effettivamente ci distingue dalle macchine: sono questioni tutt’altro che banali, è chiaro. Il problema, a nostro parere, è trovare il giusto equilibrio nell’uso di certe tecnologie.

Algoritmi….emozionati

Integrare il fattore emozionale, squisitamente umano, in un algoritmo. Possibile?

Pensiamo, per esempio, a macchine con guida autonoma, che in una situazione di pericolo devono prendere in pochi istanti decisioni per salvare la vita del guidatore. Oppure al recente caso avvenuto su Facebook, in cui gli algoritmi del famoso social network hanno censurato e rimosso la foto del premio Pulitzer Nick Ut, The terror of war , catalogandola fra le immagini che violano le norme contro i minori a causa della nudità della bambina, che scappa dalle bombe al napalm in Vietnam e che è diventata un’immagine simbolo dell’orrore della guerra. Dopo le numerose segnalazioni e proteste in tutto il mondo la foto è stata rimessa online, ma gli interrogativi comunque rimangono in sospeso.

Certo, l’algoritmo ha applicato in maniera coerente i parametri impostati ma, al tempo stesso, ha eliminato un’informazione che ha un valore ed una simbologia importanti: un errore che un essere umano non avrebbe mai commesso.

Questi sono solo alcuni esempi di come l’IA può impattare su vari aspetti della nostra vita e cultura.Tutto ciò è legato anche all’impostazione del ragionamento seguito dalla macchina, per poter intervenire nel caso di comportamenti “sbagliati” cercando di coniugare razionalità ed etica.

Conclusioni

Indubbiamente siamo arrivati ad un “punto di non ritorno”: occorre, a questo punto, ragionare sui pro e i contro derivanti dall’uso dell’intelligenza artificiale, perché se da una parte è innegabile l’aumento dell’efficienza di alcuni processi, dall’altra si deve considerare l’impatto che questi cambiamenti avranno, ad esempio, sul mondo del lavoro. Cosa, peraltro, che sta già avvenendo: molti di noi hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti dell’informatica sul modo di lavorare oggi, anche solo guardando indietro agli ultimi 10 o 20 anni.

Quello che sembra mettere tutti d’accordo è che l’utilizzo di applicazioni basate sull’IA dovrebbe portare vantaggi e benefici alla società e che la ricerca in questo campo dovrebbe concentrarsi soprattutto su come utilizzarla per migliorare la vita dell’essere umano.

Il progresso della robotica rappresenta una tappa importante dell’evoluzione umana, ma l’uso che ne verrà fatto dipende esclusivamente dall’intelligenza umana. 

L’Intelligenza Artificiale sarà la più importante conquista dell’uomo, peccato che potrebbe essere l’ultima. 

Stephen Hawkins

Alcune delle fonti consultate
  • TechEconomy
  • Internazionale
  • Leganerd
  • Science Daily
  • Ninja Marketing
  • Le Scienze
  • Awhy
  • Tom’s Hardware

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